Soldato

<<Passami le munizioni, sbrigati!>>

Neanche il tempo di prenderle che Jean viene colpito dritto in fronte da un proiettile nemico. Il sangue schizza sulla mia faccia. Il mondo tace. Nessun rumore, nessuna percezione. Solo terrore. Terrore nel mio corpo, terrore negli occhi di Mito, il ragazzo che ha visto la scena con i suoi occhi, stava ricaricando anche lui. Si volta e vomita. Le sue mani e le sue gambe cominciano a tremare ma non deve farsi prendere dal panico, la paura la deve tenere per dopo.

 

Ma in fondo come si può pretendere una cosa del genere da un ragazzo così giovane? Perché non può godersi i suoi anni migliori invece di combattere una guerra che non gli appartiene? Ce ne sono a migliaia, come lui. Non si divertono, crescono imparando a uccidere e a difendere un qualcosa che forse non vedranno più. Devono essere delle piccole macchine da guerra, la paura è vietata. Il sorriso anche. Devono essere perfetti, impeccabili e sempre rigidi.

Io ci sono nato, rigido. Avrei dovuto sorridere di più e godermi la vita. Avrei dovuto, è questa la verità. Ma non l’ho fatto e adesso cercano di uccidermi. Sono disgustato, disgustato da tutto questo massacro. Ho paura. Vorrei solo che fosse un incubo, un gioco nel quale la morte è solo virtuale.

Il mondo riprende il suo aspetto originale, se per originale intendiamo un campo di battaglia, i suoni ricominciano a farsi sentire. Devo sparare, uccidere, uccidere per difendere la base. Uccidere per vivere. Ne faccio fuori un paio, butto una granata e un altro gruppo cessa di vivere. Lo scontro sta quasi per finire, loro sono stati neutralizzati ma continuano ad arrivare rinforzi. Siamo a corto di munizioni. Devo sparare solo se uccido.
Comincia anche a piovere e il sangue dei miei amici morti ammazzati cominciano a fluire laddove l’acqua li porta. Si mischiano e diventano un tutt’uno con la terra.

Lo scontro va avanti e loro sembrano aumentare sempre di più. I nostri rinforzi non arrivano e le munizioni ormai sono finite. E’ quasi fatta, ancora un po’ di pazienza. Questa volta è davvero finita.

Dalla tasca scivola la foto di mia moglie e della mia piccola. Sono così belle. La mia bimba assomiglia a me, ha solo gli occhi della madre. Probabilmente non si ricorderà molto di me quando crescerà, ha solo quattro anni ed è così solare, così allegra. In casa non c’è mai un attimo di pace e non un solo momento di tristezza.
Le lacrime scivolano lungo le mie guance, bagnando il sangue seccato.

E’ finita. So che non farò ritorno ma loro no, loro non lo sanno. Ho dato la vita per tenerle al sicuro ma le ho private della mia presenza. Ora soffriranno, forse più di quanto avrebbero fatto se io avessi scelto un altro lavoro.

Anche l’ultimo caricatore è finito. Devo ucciderne il più possibile, devo tornare da loro.
Uno sparo dopo l’altro, un proiettile e del sangue. Teste perforate e cuori che smettono di battere.
Decidiamo di conquistare una posizione strategica della struttura. Ci copriamo le spalle l’uno all’altro. Siamo rimasti in quattro, eravamo venti. -Quanto siamo strani noi umani. Basta un attimo e l’uomo che hai davanti cade a terra, inerme e privo di quella cosa chiamata vita.-


Conquistiamo il centro, ci posizioniamo dietro dei ripari e due soldati nemici spuntano da dietro il muro alle mie spalle. Uccidono tutti tranne me, rimango solo io. Estraggo la pistola e scarico il caricatore addosso a uno dei due. Finisco le munizioni e butto la pistola in faccia all’altro, usandola come distrazione. Mi avvento su di lui. Gli tiro un destro, lui cade a terra, gli do un altro pugno sulle costole e una ginocchiata sui testicoli, lui dolorante si copre il viso. Prendo la pistola dell’uomo che poco fa ho ucciso, la appoggio sulla fronte di quello a terra e appena l’adrenalina scende riesco a mettere a fuoco il viso. E’ un bambino.


Avrà almeno quindici anni, forse sedici. Non di più. Perché? Come cazzo si fa? Non posso premere il grilletto, non posso condannarlo a morte. Non ha mai avuto l’occasione di godersi questa vita, non l’ha vissuta neanche un secondo. Ha combattuto ed ecco qua, ora potrebbe morire da un momento all’altro, per causa mia. La paura nei suoi occhi è evidente, il terrore sta mangiando la sua mente, il suo corpo così come la sua anima.
Ho in mano la vita di un piccoletto. Non riesco a premere quel dannato grilletto.
Getto la pistola, faccio un passo indietro e metto il piede sopra una mina antiuomo, attivandola.

<<Mi dispiace.>>

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